Il guerriero di Capestrano

Storia di come un contadino restituì la regalità ad un re e gli consentì di rimanere a vivere nella sua terra.


Nel 1934, in Italia, in una località chiamata Cinericcio, che si trova fra due paesi chiamati Ofena e Capestrano, un signore chiamato Michele Castagna, aggredisce con un piccone, il più famoso guerriero italico di tutti i tempi. Michele non lo sa. Lui crede che si tratti soltanto di un cumulo di pietre, perché la terra da quelle parti é dura, va bene solo per piantare la vigna e a volte si fa fatica anche con quella. Incontrare grossi cumuli di pietra é qualcosa che capita ogni giorno. Ma quel giorno, il cumulo di pietre sembrava proprio molto compatto. Allora il Sig. Castagna si rende conto che il suo piccone non basta. Deve tornare in paese e chiedere in prestito ad un suo conoscente, contadino come lui ma che era anche stato un facoltoso cavaliere di Vittorio Veneto, una bella mazza.

Michele torna a casa, ma nel frattempo le condizioni climatiche cambiano repentinamente e si scatena una pioggia torrenziale, che durerà due giorni interi.

Finite le piogge il contadino Michele Castagna ritorna nel suo orto, deciso a spaccare quel mucchio di pietre con la mazza prestata, ma quando arriva e guarda, si rende conto che quella roccia



ripulita dalle piogge, ha assunto una strana forma, che quasi la fa assomigliare ad un paio di gambe. Il contadino allora presta attenzione ed inizia a scavare, non più dando colpi a caso, ma con l’attenzione del curioso e scavando scavando, si ritrova fra le mani proprio un paio di gambe. Le prende, le mette da parte e continua a scavare e dopo


poco si trova fra le mani un busto. Lo mette vicino alle gambe, continua a scavare e


trova un cappello.

Michela allora mette tutte le pietre insieme seguendo il senso logico e ciò che si trova davanti a sé alla fine dell’operazione é un gigante alto due metri e dieci, con un curioso copricapo piatto sormontato da un cimiero. Porta una maschera sul volto e ha le braccia ripiegate sul ventre, second


o un rituale che si ritrova spesso nei corredi tombali dell’Italia arcaica. Sul petto e sulla schiena ha due dischi sorretti da corde, che gli proteggono il cuore. E’ sorretto da due pilastri laterali su cui sono scolpite due lance. Sopra un pilastro c‘é un’iscrizione incomprensibile per il contadino Michele Castagna “ MA KUPRI KORMA OPSUT ANANIS RAKI NEVII ”.

Ci vollero molti anni e studi linguistici e archeologici comparati, per riuscire a decifrare la scritta, l’iscrizione di Capestrano infatti, risultò in seguito il più antico documento regale relativo alle popolazioni sabelliche che si sia mai ritrovato. Gli specialisti hanno dovuto capire come ricostruire i pezzi mancanti, si é dovuto capire che i “punti” incisi nel testo non sono segni divisori fra le parole ma corrispondono alla vocale “O”, si é dovuto decidere se il verbo “fare” OPSUT


, si debba tradurre come “fare” o “fece fare”, si é dovuto stabilire se la parola POMP si riferisca ad un titolo o ad un nome proprio ecc... Insomma, alla fine, la conclusione sembra essere questa :MA KUPRI KORMA OPSUT ANANIS RAKI NEVII potrebbe significare : ME BELLA IMMAGINE FECE ANINIS PER IL RE NEVIO POMP(uled)IO ( Traduzione Adriano La Regina).

Era dunque Re Nevio Pompuledio? Ma torniamo a Michele Castagna. Per portare il gigante frantumato a Capestrano in attesa di capire cosa fare, il contadino é costretto a chiedere aiuto. Arriva un amico, con un carro trainato da buoi e insieme caricano la statua, direzione Capestrano. Ed é così che Re Nevio Pompulidio farà ritorno nella sua città dopo 2500 anni di assenza, sopra un c


arro trainato da buoi e guidato da due contadini e vignai e siccome il Castagna non ha ancora la minima idea dell’importanza di ciò che ha trovato. continuerà a rivolgersi a re Nevio Pompuledio chiamandolo “ju ammocce” che in dialetto sta per “il pupazzo”. “Ju mammocce! Ho trovato ju mammocce! E ora cosa me ne faccio?” si chiedeva, mentre nel frattempo aveva sistemato il cappello regale nel nuovo ruolo di abbeveratoio per galline.

Ci volle l’intervento di un maresciallo dei Carabinieri del paese, che avendo saputo del ritrovamento di un mammocce molto grosso nella zona di Cinericcio, ebbe l’idea di informare la Sovrintendenza. Così il guerriero di Capestrano, probabile Re Nevio Pompuledio, dopo poco partì per Roma. Nella città eterna fu sottoposto all’attenta analisi tecnica da parte della sovrintendenza ai beni archeologici, che decretò con voce unanime che “il mammocce era brutto quanto


mai e inoltre di nessuna rilevanza!”.

Re Nevio, umiliato per la seconda volta, fu rispedito a Capestrano. Una settimana più tardi, l’intelligente maresciallo che non aveva intenzione di arrendersi alla supposta irrilevanza e bruttezza di Re Nevio, decise di convocare la Sovrintendenza di Chieti (capol


uogo della regione in cui era avvenuto il ritrovamento) e fu proprio da parte della sovrintendenza di Chieti che Michele Castagna ricevette la prima proposta d’acquisto : ventiquattromila lire (oggi quindici euro circa ma all’epoca si trattava di una offerti di 28000 euro). Michele Castagna, che non aveva mai avuto un paio di scarpe buone e per questo non aveva mai potuto partecipare alla processione di San Giovanni, tese la mano e concluse l’affare.

Una settimana dopo arrivò, dagli Stati Uniti, un altro funzionario della sovrintendenza ai beni archeologici, che si mise subito in contatto col Castagna e gli offrì centomila lire ( a conti fatti circa 116.000 euro). E Michele Castagna cosa fece? Disse no. No. Si era già messo d’accordo con altre persone, e quando si danno la mano e la parola, gli accordi sono fatti. Dubito che esistano ancora persone così.

E fu così che, grazie a quest’atto di correttezza dal sapore antico e perduto, il guerriero di Capestrano, blocco di pietra calcarea dall’imponenza fuori dal comune, dal carattere eroico quasi soprannaturale, é rimasto in Italia, a Chieti, dove si trova ancora oggi, nel Museo


Archeologico Nazionale d’Abruzzo. In seguito fu avviata una campagna di scavo archeologico diretta dall’archeologo Roberto Moretti, che portò alla luce più di cinquecento tombe risalenti al VII-VI secolo a.C.




Si dice che, se alla misteriosa incisione del Guerriero di Capestrano, si applica la Ghematria, ossia il sistema numerico ebraico ricavato associando le lettere dell’alfabeto ebraico ai rispettivi valori numerici, si ottiene un risultato dalle conclusioni stupefacenti. Il corrispondente numerico sarebbe 2268. Scomponendolo si ricaverebbe 22 e 68. Il 22 corrisponderebbe ai (misteri del creato) il 68 a (velocità della luce). Applicando invece un altro codice alla scritta, il codice aureo, che ugualmente associa ad ogni lettera un numero fatta eccezione per il “k” si otterrebbe 108 (moto di trasferimento nello spazio). Aggiungendo “k” con valore 27, si otterrebbe 135 (viaggio guidato).

Souentos, essendo affascinato dai racconti insoliti, ha fatto una ricerca personale sulla base di queste affermazioni, ma purtroppo al momento, riteniamo che così espresse, si tratti solo di speculazioni. Non troviamo corrispondenze fra i valori attribuiti alle lettere (es. K che a noi risulta avere valore 20), e non comprendiamo il sistema usato per determinare le suddivisioni numeriche. Il lettore però , può svolgere ricerche personali e scoprire chissà...un’altra identità per Re Nevio.


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